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I tanti perchè dell’Italia in panchina.

Il sole 24ore ha intrapreso un'indagine a tappe, sui vari motivi che stanno alla base della bassa crescita italiana. L'Europa si divide sempre più in un continente a due velocità. Da un lato la Germania, trainata da una crescita esponenziale delle esportazioni - specie verso paesi come la Cina - accompagnata da paesi dell'est Europa, calamite per investimenti esteri.

Un'attenta analisi deve andare a scavare nelle radici strutturali della società italiana e del suo sistema produttivo. Un sistema produttivo composto da vari successi ed eccellenze a livello internazionale, ma sempre più messo in difficoltà dai paesi emergenti, fonti di manodopera a basso costo.

Il settore pubblico - Un primo problema, secondo il sole 24 ore, è da individuare nel fallito apporto del settore pubblico. Lo stato dovrebbe lubrificare le ruote della carretta e spianare le strade che deve percorrere”, invece il governo si preoccupa di nomine nazionali, più che di favorire le bravure imprenditoriali (vedi caso Parmalat) ed apportare quelle infrastrutture necessarie per favorire l'attività produttiva. Le infrastrutture necessarie sono di due tipi: quelle “fisiche” di primaria importanza per un paese come l'Italia, ma che registrano un calo di investimenti in termini reali dal 2004 al 2011, stimato fra il 25 e il 32 per cento (significa che si sono volatilizzati almeno 7 miliardi dei 29 spesi nel 2010, 17 per nuove opere e 12 per manutenzioni e rinnovi)1. E le infrastrutture “regolamentari”, mirate alla decurtazione di tutto il fardello burocratico italiano, che pone il nostro paese all'ultimo posto in Europa per la libertà d'impresa. Confronti internazionali suggeriscono che la natalità delle imprese in Italia può essere alta come altrove, ma le imprese non devono solo nascere: devono crescere. E in Italia il tasso di mortalità è molto più alto che altrove, con una posizione favorita per le imprese di piccole dimensioni.

Le esportazioni - Essendo il nostro un paese essenzialmente manifatturiero e abituato alle svalutazioni competitive, l'ingresso nella moneta unica ha traumatizzato temporaneamente i nostri esportatori. Che, appena dopo aver lentamente ingranato, si sono visti tappare le ali dalla nuova crisi economica mondiale. Mentre vediamo le esportazioni della Germania superare quelle cinesi, ci basta soffermarci sul nostro sistema produttivo per comprendere l'incapacità italiana di 'catching up', il maggiore problema, infatti, risiede nel sottodimensionamento delle imprese, che provoca gravi inefficienze, ad esempio nella logistica.

Per rimanere al solo settore manifatturiero, in base ai dati Istat (2008) passando dalla classe dimensionale 20-49 addetti a quella 50-249 si osserva un guadagno di produttività, in termini di valore aggiunto per addetto, del 30 per cento. La grande scommessa deve essere quella di aprire analoghe possibilità di crescita dimensionale anche dentro i nostri confini, costruendo posti di lavoro che riescano a coniugare salari e condizioni di lavoro di tipo europeo ed elevata produttività

Ricerca e sviluppoun fattore molto importante per la competitività e legato alle dimensioni aziendali, è quello dell'R&D. Nel 2008 le imprese nostrane hanno effettuato investimenti in R&S pari a 9.453 milioni, 50,9% della spessa totale del paese e pari allo 0,6% del Pil. Nello stesso anno le imprese tedesche hanno investito in R&S 45.822 milioni, pari al 69,8% della spesa nazionale e all'1,84% del Pil; quelle francesi hanno investito 24.837 milioni, pari al 63,0% della spesa nazionale in R&S e all'1,27% del PIL. La ricerca italiana è dunque minore, ed è anche sostenuta in misura maggiore da fondi pubblici, e per questo meno concorrenziale come quella effettuata dalle imprese.

La questione meridionale – il divario può essere espresso dal Pil per abitante: 17.324 euro contro 29.914 nel 2009 (57,9% il primo in rapporto al secondo). Il sud ha da sempre due fonti di crescita per il nord: da un lato fornisce quel capitale umano, necessario alle aziende (capitale più o meno specializzato, a seconda delle epoche), e allo stesso tempo ha costituito un ampio mercato di sbocco per i beni prodotti al nord, ma specialmente sostenuto dalla spesa pubblica.

Il divario nord sud in termini di crescita, tuttavia, è andato aumentando con il tempo, e come la Corte dei Conti ha affermato, i fondi speciali messi a disposizione dall' Ue hanno smarrito la loro funzione aggiuntiva, finendo per sostituire porzioni di spesa ordinaria che lo Stato non è riuscito a garantire.

Tuttavia i dati mostrano che la bassa crescita italiana non è trainata in basso dal sud, piuttosto bisogna cercare le cause ultime della lenta crescita italiana, in tutto il Paese. L'Italia presenta uniformemente le stesse problematiche, ma che al sud si presentano elevate al cubo. Inefficienza della pubblica amministrazione, carenza delle infrastrutture, illegalità (nel Meridione criminalità organizzata), rigidità, mancanza di concorrenza. Cioè, lo Stato non fa lo Stato e ciò impedisce al mercato di funzionare correttamente e fa vincere l'economia fondata sulla relazione invece di quella fondata sul merito. In particolare, le analisi condotte dalla Banca d'Italia e dal Csc sottolineano che a essere carente nel Mezzogiorno è stata l'attuazione locale delle politiche nazionali.

Il mercato del lavoro da una parte composto dal lavoro garantito e dall'altra, composta da giovani e donne, di precariato. Riassumendo, il mercato del lavoro italiano presenta bassi salari e rischi elevati per i giovani, poca flessibilità e molta stabilità del posto di lavoro per i più anziani. Da qui le conseguenze dirette: fughe all'estero dei maggiori talenti, e conseguenze ulteriore riduzione dei consumi e risparmi.

Innumerevoli sono state le soluzioni da parte dei maggiori economisti italiani (da Tito Boeri, dell'università Bocconi, ad altri), tuttavia il dibattito è ancora aperto in senato, per via dei vari interessi contrastanti.

Una correzione del dualismo del nostro mercato del lavoro aiuterebbe la crescita, le risorse aggiuntive potrebbero ricadere su tutti i lavoratori e determinare un aumento del gettito fiscale sufficiente a sostenere ammortizzatori sociali più generosi.

Credito & Finanza – le famiglie italiane risparmiano meno, ma sempre più rispetto ad altri paesi d'Europa, quali Francia e Germania. Il problema dunque sta nella collocazione di questo tesoro, il cosiddetto effetto-mattone: poco meno di due terzi di questo "tesoro" sono detenuti in attività reali e di queste l'81% case abitative. La crisi economica globale ha inoltre traghettato il restante risparmio dalla componente azionaria verso quella più sicura dei titoli di stato e dei bond bancari.

L'industria domestica del risparmio, si vede perciò minacciata sia dal lato dei risparmiatori, che da quello dell'offerta, con il rischio di cessione di campioni nazionali, quali Pioneer, ad investitori internazionali.

Nonostante i problemi siano innumerevoli l'Italia può vincere, ma agendo.

 

 


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