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Il Green New Deal di Obama

Di Antonio • Feb 4th, 2009 • Categoria: Primo piano

Com’era prevedibile i primi 100 giorni della presidenza Obama sono partiti con il turbo di fronte ad una situazione economica e geopolitica straordinariamente complessa e alla necessità di fornire all’ opinione pubblica e acnor di più ai mercati economici  segnali forti e l’impressione di uno stacco netto dall’amministrazione precedente: uno dei primissimi atti dell’esecutivo è stato ad esempio quello dell’abolizione della tortura e della chiusura di Guantanamo e un’altra grossa  inversione di tendenza, anche questa dal forte carattere simbolico, si è avuta con la decisione di tornare a finanziare le organizzazioni non governative impegnate nella pianificazione familiare: il primo  ha un valore di forte contrapposizione alle derive autoritarie dell’amministrazione Bush, il secondo atto è invece un segnale alla destra neocon che ha determinato negli ultimi anni un forte appannamento dell’aspetto laico degli Stati Uniti.

Ancora maggiore è però l’interesse determinato da quelli che sono i primi  di valore carattere economico. Anzi,  l’interesse qui è doppio nel senso che per la prima volta (probabilmente nella storia mondiale) l’aspetto ecologico viene a coincidere, ad essere considerato, sotto un profilo economico : per la prima volta si ha una apparente superamento di quel dualismo che vedeva il problema ecologico contrapposto utopisticamente alla cosidetta Real Politik o comunque a quelle che erano le stringenti esigenze politiche ed economiche di breve periodo.

Le premesse sono note: da una parte vi sono considerazioni che non sono più esclusiva dei “sognatori” Greenpeace o di alcuni ecologisti accaniti, ma che sono quasi unanimanente condivise, seppur ovviamente con diversi rilievi e con diverse valutazioni, dall’intero mondo scientifico, la cui punta dell’iceberg è sicuramente l’effetto serra, con tutto ciò che esso comporta e che sta già comportando in termini di segnali “preliminari” (le sciagure meteorologiche degli ultimi anni o lo scioglimento dei ghiacci).

Dall’altra c’è l’onnipresente crisi economica: sono stati sprecati molti paragoni con la crisi del ‘29: d’altra parte, come ricordaro anche altrove, molte delle considerazioni che sono state fatte forzando forse un po’ la similitudine si sono rivelate o si riveleranno decisamente artificiose perché tendono a creare un parallelo tra due quadri geopolitici, economici e tecnologici distanti anni luce: la virulenza del fenomeno può essere analoga, il modo  in cui esso dispiegherà le sue dinamiche saranno sicuramente diverse. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Quello che adesso conta, ai fini dell’analisi, è questa apparente sovrapposizione, del tutto inedita, tra esigenze economica ed ecologiche:  per la prima volta l’ecologia assume un’aspetto economico.

Basti pensare che c’è chi  sta già profetizzando una futura bolla speculativa legata all’ecologia e che già ora basta visitare un qualsiasi sito internet o “accendere” un qualsiasi canale americano per rendersi conto che il 75% delle pubblicità  cavalcano il tema dell’ecologia o sono  spot di società legate alle nuove tecnologie ecologiche. C’è una  straordinaria (e in gran parte solo apparente, è ovvio) convergenza tra l’emergenza economica e quella ecologica, che sembra tradursi nella speranza di creare un circolo virtuoso riciclando (è il caso di dirlo) e rivitalizzando attraverso un approccio, oltre che un sistema tecnologico e industriale nuovo , una politica economica per certi versi vecchia di cent’anni.

Quella politica di interventismo pubblico che nel’29 era una novità testata precedentemente solo dai paesi nordici, ma che in seguito è diventata una componente essenziale della politica economica di tutti gli Stati occidentali (e non solo),  consistente nel rilanciare un aumento della domanda indotta attraverso creazione di posti di lavoro da parte dello Stato, il finanziamento pubblico alle aziende, il rafforzamento delle maglie di supporto sociale verrebbe quindi riletto in un’ottica “verde” di efficienza e di innovazione ecologica.

In altre parole l’aspetto interessante di questo Green New Deal è quindi che l’investimento questa volta si dovrebbe orientare, almeno in parte, su tecnologie “pulite” e su modelli produttivi ecologicamente efficienti: un tipico esempio è la necessità di ottimizzare la rete della distribuzione dell’energia per minimizzare la dispersione o la riduzione degli sprechi negli edifici pubblici o, ancora, il via libera a regolamentazioni da parte dei singoli stati sulle emissioni.

A rafforzare questo orientamento ci sono ovviamente numerose considerazioni a latere, prima fra tutte la consapevolezza che gli Stati Uniti non avranno, almeno nel breve periodo, i fondi per “altri Iraq” e  dovranno giocare maggiormente di fino per poter mettere una pezza, seppur provvisoria, al problema dell’approvigionamento energetico. Altro elemento di rilievo è il cambiamento di attaggiamento delle Corporation legate al settore petrolifero che, per motivi di convenienza economica,  stanno stanno già aprendosi, seppur preliminarmente, ai cosiddetti combustibili ecologici alternativi: insomma, c’è odore di dollari nell’aria per chi si converte alle idee ecologiche.

Si ridarebbe insomma all’economia un volano reale e “tangibile”, come era stato durante gli anni ‘90 con la New Economy che, aldilà delle speculazioni fisiologiche della bolla, faceva capo alla comparsa di servizi e tecnologie realmente nuove ed integratesi in seguito stabilmente conla “old economy”:   lo stesso non si può dire ovviamente di molti vettori del decennio in corso,  in gran parte consistenti in fenomeni speculativi come quelli dei derivati.

Un’ultima considerazione, che si ricollega al già citato parallelo col ‘29, ma più in generale ad un effetto collaterale positivo delle crisi, quello cioè di segnare dei cambiamenti strutturali su vasta scala: e così, se la crisi del ‘29 ha segnato il passaggio dal vapore all’elettricità, questo momento burrascoso potrebbe accelerare l’adozione su vasta scala di tecnologie in gran parte già esistenti.

E, nell’attesa e nella speranza che questo New Green Deal porti all’esplosione di una auspicabile New Green Economy converrà comincerà tener d’occhio il mercato nel tentativo di scorgere i primi cavalli di razza: è già tempo per le prime  puntate. Parola d’ordine: scommettere sul verde.

Pubblicato originariamente su: Goodbye Dodos.com

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Antonio: Admin di ABC Finanze, è laureato in Economia e Commercio, appassionato di storia e nuove tecnologie, si occupa di Internet Marketing e comunicazione aziendale.
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