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Un approccio fuori dal coro sulle crisi finanziarie: Hyman Minsky

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Un approccio fuori dal coro sulle crisi finanziarie Hyman Minsky
Un approccio fuori dal coro sulle crisi finanziarie Hyman Minsky

Con l’avvento della crisi finanziaria (denominata dei subprime), tutti gli economisti, di tutte le scuole, hanno dato la loro interpretazione degli avvenimenti. Senza addentrarci troppo sulle cause scatenanti e relative misure formulate da neoclassici e post Keynesiani, ci occupiamo di Hyman Minsky, l’economista fuori dalle righe che negli anni 90 formulò una teoria sul ruolo autodistruttivo del mercato: la Financial Instability Hypothesis (FIH).

L’idea di Minsky, che a molti può ricordare Marx, ha aspetti empirici e teoretici che sfidano i precetti classici di Smith e Walras, i quali sostenevano che l’economia può essere meglio compresa, partendo dall’assunzione che sia un sistema in grado di autoregolarsi e tendente all’equilibrio.

L’argomentazione di Minsky è basata sull’idea che l’economia è di tipo capitalistico, e dunque basata su un sofisticato sistema finanziario. La determinante chiave del comportamento degli operatori è il livello di profitto. I profitti aggregati = invetimenti aggregati + deficit pubblico. Il FIH, quindi, considera l’impatto del debito sul comportamento degli operatori, e considera anche le vie per cui il debito pubblico è validato1. In questo sistema la crescita economica apre strada a comportamenti speculativi, e questi ultimi, conseguentemente, gettano le basi per la vulnerabilità finanziaria e dunque alle crisi.

Gli investitori, le banche, le aziende e in ultima istanza i consumatori, sono tutti artefici dell’autodistruzione. Questi soggetti assumono che il futuro sarà come il passato recente e che se si verifica un periodo prolungato di stabile crescita e bassa inflazione, le persone sviluppano una fiducia che tutto ciò continuerà, continuando perciò a elargire e chiedere prestiti, apportando un aumento rischio sistematico incrementale.

Minsky divise il processo di autodistruzione in tre fasi:

  1. Nella prima, gli investitori si indebitano di poco, cosicché non hanno problemi di insolvenza.
  2. Nella seconda fase vi è un incremento delle finanze, per pagare gli interessi dovuti.
  3. Nella terza fase, infine, avviene il Ponzi game. I livelli di indebitamento degli operatori sono così elevati che spingono l’inflazione al rialzo, per essere finanziati. Gli acquirenti di immobili, che acquistarono mutui del 125% nel punto di picco della bolla immobiliare, sono un classico esempio.

Quando i mercati raggiungono tali livelli di frenesia, un piccolo cambio nelle attitudini degli investitori o nei fondamenti del sistema stesso, può essere abbastanza per causare il crollo. Una volta che i prezzi iniziano a scendere, i debitori iniziano a diventare inadempienti, poiché incapaci di ripagare i prestiti ricevuti, o iniziano a vendere i loro assets, causando un’ulteriore caduta dei prezzi.

L’economista individua due fondamentali costi da pagare al capitalismo: il primo è la creazione delle bolle finanziarie, e in secondo luogo quello che il governo deve pagare per salvare i settori collegati allo scoppio di queste bolle. Per cui coloro che credono nel mercato sono in errore. Minsky sostiene che il ruolo del governo sia inevitabile.

Nell’industria convenzionale l’uscita dal mercato di alcune aziende, rappresenta la ‘distruzione creativa’, per cui il capitale viene riallocato in aree più produttive. Ma quando si arriva a parlare di banche e finanza, una crisi crea la ‘distruzione deflazionistica’, poiché il capitale viene eliminato. Gli investitori e i consumatori perdono fiducia, i debitori non sono più in grado di pagare i loro debiti, e in ultima istanza vengono colpiti anche i creditori.

Il problema causato dal salvataggio degli operatori in default, da parte delle banche centrali, è che queste creano asimmetria di rischio. Così Minsky rigetta l’idea, invece sostenuta ardentemente da Alan Greenspan, che le banche centrali non debbano intervenire sul mercato, per sgonfiare le bolle. Le banche centrali dovrebbero costruire il livello di spread dei bond e delle azioni. Quando gli spreads sono bassi, le attitudini al rischio sono alte, come nel 2005-05, e questo dovrebbe far si che le banche centrali attuino una politica monetaria restrittiva. Quando gli spread sono alti, la politica monetaria dovrebbe essere più accomodante (espansiva). Se tutto ciò avrebbe evitato lo scoppio della bolla immobiliare, rimane una domanda aperta. La Fed alzò i tassi nel 2005-2006, sebbene in maniera brusca e minacciosa.

La crisi attuale suggerisce che le politiche monetarie e fiscali non possono essere guidate esclusivamente da fondamenti economici, quali inflazione o disoccupazione. Quando i tassi di interesse sono bassi, i consumatori e le banche chiedono in prestito soldi per comprare assets, mettendo in azione un circolo vizioso, che può scatenare una bolla. Quando la bolla si inflaziona, le entrate del governo (nella forma di tasse sui capital gains, bonus etc) diventano consistenti, per poi collassare istantaneamente allo scoppio della bolla stessa. E’ facile, perciò, essere trascinati da un boom. La forza di un mercato finanziario tende ad essere visto come un segnale che l’economia va bene. E che gli operatori finanziari siano i più illuminati, mentre i governi i loro schiavi.

In un articolo di Simon Johnson, capo economista del Fondo Monetario InternazioNale, viene notato come vi siano parallelismo tra i mercati emergenti, dove i governanti sono dominati dalle elite economiche, e gli Stati Uniti, in cui un filo sottole lega Wall Street ed il Tesoro. Cosa è buono per Goldman Sachs, può essere buono per gli Stati Uniti, senza che il governo sia abile di formulare un parere indipendente.

Se accettiamo dunque l’idea di Minsky, che i mercati finanziari non agiscono sempre giustamente, allora potremmo agire contro gli interessi di Wall Street, e i banchieri si lamenterebbero.

1 Una visione opposta all’idea di Minsky si può trovare nel discorso di Ben Bernanke, appena dopo lo scoppio della crisi, finalizzato a spiegare come non vi sia correlazione tra i bassi tassi di interessi e il rigonfiamento della bolla immobiliare (non solo negli states, quanto in tutti i paesi). Gli economisti della Fed, adducono cause differenti alla bolla immobiliare, parti integranti di un sistema auto rinforzante, che sono: incrementi dei prezzi delle case, abbassamento delle garanzie di prestito, innovazione finanziaria e euforia dei compratori.

FONTE: “The Cost of Capitalism: Understanding Market Mayhem and Stabilising Our Economic Future”, by Robert Barbera. Published by McGraw-Hill.

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