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La crisi del Turismo in Italia

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La crisi del Turismo in Italia
La crisi del Turismo in Italia

Siamo sempre stati abituati a considerare l’Italia la grande patria internazionale, l’archetipo stesso,  del turismo: come diceva un notissimo politico in un noto intervento presso il Parlamento europeo qui in Italia abbiamo il mare, abbiamo il sole, abbiamo i monumenti: insomma, con qualche pizzicata di mandolino del Capitano Corelli, chi c’ammazza più ? In fondo il turismo è un settore dell’economia immutabile come il bel tempo e le lunghe spiagge bagnate dal mare Mediterraneo: del turismo si beneficia come si gode di una giornata di sole: sdraiati beateamente a pancia in su.

E allora come mai anche in questo settore l’Italia arretra? Per quale arcano meccanismo l’Italia viene scavalcata ogni anno da nuove mete turistiche à la page ? In fondo abbiamo il buon vino, il buon cibo, le città d’arte: perché la verità è che anche se ci arrabbiamo quando all’estero ci ritorcono contro questi clichè siamo i primi ad esserne schiavi e siamo i primi, anche in questo campo, a confondere l’amore per la tradizione per un comodo spirito di reazione.

La verità è che il mondo cambia e gira anche se noi restiamo fermi e mettiamo la testa sotto  la sabbia per non vederlo nè sentirlo mentre si muove: finchè non ci svegliamo un bel giorno e scopriamo che anche l’ultima, “imprendibile” roccaforte dell’economia italiana, il turismo fiore all’occhiello del bel paese, ha cominciato a contrarsi come una pesca appassita al sole.

Certo, alcune delle cause sono esterne, e non dipende certamente da una nostra negligenza il fatto che si aprono le frontiere verso nuove terre esotiche, rilasciando il loro inebriante profumo. E altrettanto certamente, altre cause interne sono così lampanti e sconcertanti da non dover nemmeno essere ricordate, se non per inciso: primi fra tutti lo scandalo dei rifiuti o quello della mozzarella alla diossina che hanno inflitto ferite mortali all’immagine da cartolina del bel paese e della sua gastronomia, e che di certo stridono parecchio con tendenze nuove e importanti come il turismo ambientale, che stanno andando sempre di più a sostituire il turismo tradizionale a base di località balneari, montane o città d’arte.

Ci sono però degli aspetti meno evidenti in questa crisi che si ricollegano in modo diretto a quella che è la struttura stessa del tessuto dell’economia italiana: la frammentazione in piccole medie imprese (elemento di ricchezza della nostra economia ma insufficiente a reggerne da sole l’intero peso), l’immobilità tecnologica (o sarebbe forse meglio parlare di arretratezza), e infine ma sicuramente collegata ad esse l’incapacità di coordinare a livello statale e a livello privato attività serie di investimenti e operazioni di ampio respiro.

Facendo una rapida radiografia per punti risulta evidente il modo in cui si genera, si articola e si amplifica questa crisi:

1) La presenza quasi esclusiva, anche nel settore ricettivo,  di piccole medie imprese, incapaci per ovvi motivi endogeni di sviluppare economie di scala e destinate in teoria a ruoli più di nicchia o di completamento e integrazione ma che in Italia si trovano a svolgere l’ assurdo ruolo di colonna  vertebrale dell’intero sistema secondo una visione ampiamente superata dallo spirito dei tempi.

Senza dover arrivare a volumi di affiliazione di tipo americano è ormai diffuso nelle regioni economicamente più avanzate d’Europa un’ampia offerta alberghiera basata sui principi dell’affiliazione, che in virtù delle proprie dimensioni possono perseguire economie di scala.

E quindi offrire tariffe più convenienti e gestire sia dal punto di vista operativo sia dal punto di vista   economico massiccie campagne di marketing sui mercati esteri per attrarre turismo e contrastando quell’atteggiamento di attesa passiva che sembra così diffuso in Italia. Per fare questo servono sforzi da parte di privati ma anche operazioni di coordinamento e di incentivo da parte delle strutture e degli enti statali e locali.

2) Quest’indolenza si manifesta anche nell’incapacità e nell’assenza di una volontà di investire seriamente nel settore: una scarsa propensione all’investimento che è figlia di una mentalità chiusa dei privati m anche dell’inerzia dello stato, che pure proprio in attività di ampio respiro come queste, di stimolo agli investimenti e di finanziamento diretto degli stessi può svolgere uno dei sui ruoli economici più preziosi.

Perché contrariamente ai luoghi comuni non sono soltanto i settori tecnologici, ma anche il settore turistico a necessitare interventi di coordinamento e di investimento, di potenziamento delle infrastrutture necessarie per la valorizzazione delle località turistiche, di attività coordinate di promozione dotate di respiro unitario e di stuttura organica.

L’arretratezza tecnologica dell’Italia e la scarsa diffusione di Internet rispetto agli altri paesi europei, che comporta anche una scarsa dimestichezza con il mezzo da parte degli stessi operatori turistici e ha come diretta conseguenza un’offerta, a partire dagli stessi siti Internet, di bassa qualità e di profilo amatoriale, inadeguata a sfruttare il ruolo sempre crescente della rete in chiave di “agenzia di viaggi” globali ed il correlato fenomeno low cost: sebbene in Italia quasi tutte le strutture ricettive abbiano un sito Internet, l’aspetto grafico e contenutistico, oltre che la struttura dei servizi offerti online, sono fermi all’era del boom delle new economy e a un modo di fare web vecchio di 10 anni: eoni in termini di internet.

Pagine destinate a molti abbandoni e poche conversioni, che non trovano un degno contrappeso nelle dimensione ancora piuttosto atrofizzate dei portali e dei motori di ricerca turistici di ambito nazionale: ogni visita mancata, ogni visitatore respinto, ogni conversione svanita segna un piccolo punto negativo in questo bilancio di per sè già ampiamente gravato. In questo senso il ricordo della tragicomica storia del portale Italia.it può assurgere a simbolo di questo stato di cose.

Insomma, il sole c’è ancora, le spiagge e il mare anche (anche se forse un po’ più inquinate), su questo non c’è dubbio: quello che comincia a scarseggiare, a quanto pare, sono i turisti: e se, come dice la stragrande maggioranza degli economisti, le fasi di crisi sono quelle in cui si deve investire, il lavoro qui in Italia sicuramente non mancherà.

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