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Fondazioni no profit: tutti figli d’arte al femminile come Doris e Lavazza

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Fondazioni no profit: tutto al femminile. Sono le eredi del patrimonio di famiglia. Ma si fanno riconoscere non per i soldi. In ballo c’è un valore di altro tipo: il nome della dinastia che troppe volte coincide, o si identifica fortemente, con lo stesso nome della «ditta».

Chi sono? Beh, Lavazza, Doris, Tronchetti Provera, Trussardi e sono alla guida, o alla  rappresentanza, delle Fondazioni di famiglia. Giovani e carisamtiche, sono frutto almeno della seconda o terza generazione degli imprenditori che hanno fondato l’azienda. E hanno fatto di quest’«occupazione» una gran bella professione, quella del non profit.

Nessuna di loro vuole esser targata con il vezzeggiativo di figlie «cadette» che non hanno voluto guidare l’azienda dei padri. Perché conducono una mission istituzionale ma anche regnante — a tutto beneficio dell’impresa, un ruolo al quale il mondo della finanza dà un valore economico.

Fondazioni no profit: come funzionano

«È un’attività che si costruisce ogni giorno. Si procede con un metodo induttivo e ogni giorno bisogna ricalcolare la rotta. Anche perché le potenzialità sono infinite», racconta Sara Doris, 47 anni, cinque figli, presidente esecutivo della Fondazione Mediolanum onlus dal 2005, tre anni dopo che la Banca fondata dal padre Ennio Doris ha voluto provare a dare una forma istituzionale all’attività filantropica del gruppo. Il focus si occupa di assistenza, scuola, diritti e ricerca dedicati all’infanzia in condizioni di disagio.

Da allora la Fondazione, nel cui consiglio c’è anche Marina Berlusconi, si è occupata di 386 progetti ed erogato 11,6 milioni in 66 Paesi. E questo grazie alla banca che ogni anno mette a disposizione 500 mila euro.

«Il resto viene dall’attività di fund raising svolta da tutti noi che lavoriamo costantemente per la Onlus e dalla squadra della nostra community», racconta Doris. Avere una banca dove ci sono 4.200 family banker è una buona possibilità: «Alcuni di loro ci sostengono con le loro relazioni commerciali, raccolgono fondi su un determinato progetto e se funziona la Fondazione è pronta a raddoppiare la posta. Abbiamo la garanzia e la responsabilità dei nostri banker. Per me quello che fa la nostra onlus è un’altra attività della stessa banca in quanto porta avanti gli stessi valori», dice Doris che è anche consigliere del board Mediolanum.

Fondazioni no profit: gli esiti e i percorsi

Il ritorno è enorme. Sul territorio, per i clienti. La fondazione è privata e viene giorno dopo giorno affiancata dalla banca. Custodisce i valori della famiglia. Restituisce e aiuta, così come risponde la manager. Una volta ha preso in considerazione l’idea di lavorare in banca, l’ha fatto nel ruolo di intangible asset manager. La Dorsi ha realizzato il bilancio sociale, solo per citare due incarichi. Quando suo fratello Massimo ha scelto di guidare Mediolanum ha preso il cielo con le mani.

La prossima sfida sarà di fare network per accrescere le forze dell’intervento. In modo sistematico, con partnership. Per esempio quella con la Fondazione Bocelli e la Fondazione Only the Brave che a breve daranno inaugurazione alla ricostruzione post sisma della Scuola media Leopardi di Sarnano (Macerata). Radici comuni in Veneto, nella provincia di Padova, e la stessa visione. Doris e Arianna Alessi non potevano che incrociarsi, anche se le ragazze si conoscevano. Alessi, 42 anni, è la compagna di Renzo Rosso, l’imprenditore della Diesel ma pure di tante altre aziende della moda (Maison Margiela, Marni, Paula Cademartori, Viktor&Rolf, Staff International) attraverso la capofila Only the Brave.

È direttrice generale della Only the Brave Foundation onlus da circa un anno. I principi guida riguardano l’innovazione, un impatto sociale diretto e la sostenibilità. Oltre a costi amministrativi e di gestione vicini allo zero («una rarità in questo settore»). E’ stata la svolta della fondazione che si occupa di imprese sociali nello sviluppo di soluzioni a questioni sociali, generando un impatto positivo e durevole sulla società.

«All’inizio era molto concentrata sull’Africa, adesso abbiamo ampliato l’intervento. Poi era una realtà staccata dal gruppo. Ora presentiamo i progetti ai dipendenti e coinvolgiamo il gruppo. Per gestire questa attività si deve ragionare come se fosse un’impresa. Arrivo da una famiglia di imprenditori. Ora mi sento un’imprenditrice del terzo settore», ha raccontato Alessi, di formazione finanziaria. Laureata in Economia e Legislazione per le imprese alla Bocconi, ha avuto a che fare anche con M&A in Interbanca, poi consulente in proprio per studi legali e fondi. «Quest’anno finanziamo oltre 20 progetti. Per San Patrignano (che l’ha appena nominata Ambasciatrice) sosteniamo il racconto delle esperienze dei ragazzi della Comunità al termine del loro percorso nei teatri più grandi di oltre 30 città italiane, raggiungendo più di 25mila studenti. Poi selezioniamo le imprese sociali: le vagliamo attraverso parametri rigorosi, verifichiamo che siano davvero tali. Fino ad oggi i capitali sono venuti dalla famiglia e dalle società del gruppo. La prossima tappa vorrei che fosse l’attività di fund raising», conclude Alessi.

«L’impegno per le Fondazioni di famiglia ora è proprio quello di fare rete, unire le forze. Ma proprio per questo devono imparare a misurare l’impatto del progetto. La strada è l’elaborazione di indici, come avviene per qualunque altro investimento», è invece la versione di Manuela Soncini, responsabile pianificazione patrimoniale di Credit Suisse. Le Fondazioni hanno lo scopo di custodire dei valori delle famiglie che hanno una responsabilità sociale. Poi, fanno da collante tra una generazione e l’altra.

E questo anche se l’impresa non è più al 100% di famiglia, come nel caso di Pirelli. Anzi, a maggior ragione, secondo il racconto di Giada Tronchetti Provera, 39 anni, da due vicepresidente della Fondazione Silvio Tronchetti Provera, nata nel 2001 per promuovere la cultura scientifica, l’economia, le scienze e il tech. «La Fondazione, intitolata a mio nonno, legata alla mia famiglia, promuove la ricerca in diversi settori, sostiene i Pirelli Labs e anche progetti nell’ambito automotive. Uno degli obiettivi è offrire pari opportunità di conoscenza delle materie Stem e del digitale ai giovani. Penso soprattutto alle ragazze, vorrei che fossero incentivate verso questo tipo di materie e percorsi professionali. Nella nostra Fondazione, Pirelli è il brand forte che promuove le attività, anche se abbiamo molti partner. Guardiamo anche alla collaborazione con terzi per finanziare nuovi progetti», secondo la primogenita dell’imprenditore Marco Tronchetti Provera, ceo di Pirelli. «La Fondazione coinvolge fortemente tutta la nostra famiglia», sono le parole della manager impegnata attraverso la Fondazione nella collaborazione con università e aziende italiane e internazionali.

Dalla sua nascita si è occupata di circa 250 progetti fra borse di studio, assegni di ricerca, assegni di rientro in Italia. La missione di Francesca Lavazza, 46 anni, quarta generazione dei magnati torinesi del caffè è proporre i valori della dinastia all’esterno. «Siamo una family company anche in termini di valori», dice Lavazza. Lo fa in quanto componente del consiglio del gruppo ma non dimentichiamo che ha le redini in mano della Fondazione Lavazza, occupandosi in particolare dell’arte e della cultura. È uscita dai confini nazionali e ha preso contatti con altre famiglie: due anni fa è stata nominata nel Board of Trustees della Fondazione Solomon R. Guggenheim per la sensibilità verso arte e fotografia.

Lavazza dice «Fino al 2001 la successione alla guida operativa del gruppo era esclusivamente maschile. Poi mio padre Emilio e mio cugino Alberto hanno cambiato lo statuto. È stata l’occasione per fare il punto. La famiglia mi ha sempre chiesto di essere me stessa e sviluppare un ambito di appartenenza attraverso il quale dare un contributo all’azienda».

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