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Prezzo azioni Spotify in borsa: la società ce l’ha fatta

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Ecco che il prezzo azioni Spotify in borsa si è attestato su un valore maggiore rispetto alle aspettative: pare che tutto sia filato liscio per il valore delle sue azioni, che per il modo con cui è avvenuta la quotazione si pensava potessero subire notevoli variazioni rispetto alla valutazione iniziale.

Nella giornata di oggi, 4 Aprile 2018, Spotify, il più grande servizio di streaming musicale al mondo, è riuscito a quotarsi in borsa.

Prezzo azioni Spotify in borsa: come ha aperto la Borsa

Quando si è aperta la borsa di New York, le azioni di Spotify hanno fatto il loro ingresso con un valore di 165,90 dollari, molti di più dei 132 dollari della valutazione iniziale. Nel momento in cui c’è stata la chiusura della borsa si stava a 149,01 dollari, per una valutazione totale di Spotify a 26,5 miliardi di dollari.

La quotazione in borsa di Spotify è stata la fase più importante nella storia dell’azienda, anche se ha optato per farla con un metodo inusuale, che è stato osservato e commentato in modo accorto e che potenzialmente potrebbe essere preso come spunto da altre società simili: invece di ricorrere a un’offerta pubblica iniziale (IPO), Spotify ha scelto una “quotazione diretta” alla borsa di New York.

Normalmente con un’IPO una società posseduta da poche persone o investitori opta per la raccolta di nuovi capitali creando nuove azioni e vendendole al pubblico: questo succede attraverso l’intermediazione delle banche, che trovano grandi investitori disposti ad acquistare le azioni settimane prima, e che intervengono per mantenere stabile il prezzo delle azioni se durante la quotazione le cose non dovessero filare lisce.

Prezzi azioni Spotify in Borsa: quotazione diretta

Quotandosi direttamente, invece, Spotify ha sbaragliato l’uso degli intermediari, risparmiando milioni di dollari ma anche evitando di poter godere della sicurezza di grosse banche con un interesse nella buona riuscita della quotazione.

Sono state messe in vendita in tutto circa il 31 per cento delle quote di Spotify, cioè soltamente quelle degli investitori iniziali che giunti a questo punto volevano vendere. Spotify ha scelto questo tipo di quotazione, oltre che per un risparmio sull’uso degli intermediari, per consentire agli investitori individuali di comprare azioni agli stessi prezzi dei grandi fondi, che di solito ottengono agevolazioni acquistandone in anticipo grandi quantità. I siti e gli analisti di finanza hanno sostenuto che tra le persone più interessate alla quotazione di Spotify ci sta la categoria di giovani tra 18-35 anni.

La differenza tra un’IPO e la quotazione diretta adottata da Spotify è anche che la società non ha emesso nuove azioni, perché essendo detentrice di molta liquidità non le occorreva in alcun modo di raccogliere nuovi capitali. Spotify ha potuto optare per questo tipo di quotazione perché essendo molto nota non necessitava per forza di un intermediario che ne promuovesse la quotazione in borsa negli scorsi mesi. In questo modo, ha fatto sì che gli investitori che già possedevano quote di Spotify potessero venderle fin dal primo giorno di quotazione: normalmente con un’IPO sarebbero state bloccate per un tot. di tempo. È andata bene, perché se quegli investitori avessero voluto venderle in massa, le azioni avrebbero avuto un valore molto più basso.

Spotify e Borsa: rinuncia alle garanzie di un’IPO?

Privandosi delle garanzie di un’IPO, Spotify aveva messo in chiaro che il valore delle azioni sarebbe potuto essere molto volatile nel giorno della quotazione. Invece l’andamento è stato grandioso, e qualcuno ha suggerito che altre aziende simili a Spotify possano optare per il medesimo metodo di quotazione, onde evitare intermediari e richiamare un pubblico più vasto di investitori. M

a non sono molte le aziende così radicate e note da poter assumere lo stesso atteggiamento di Spotify. Anche con una normale IPO, quando c’è una quotazione in borsa delle nuove aziende di tecnologia, queste ultime devono sperare che il mercato sia ricettivo e convinto quanto gli investitori iniziali del valore e delle potenzialità del progetto.

Ade esempio, Snap, la società dietro Snapchat, ha avuto problemi su tale versante, dopo la quotazione in borsa dell’anno scorso. Senza IPO, questo rischio è molto più plausibile per Spotify, che è stata, sino ad ora la più grande società ad optare per una quotazione diretta in borsa.

Spotify esiste dal 2006, e oggi conta circa 70 milioni di utenti paganti: ma dalla sua nascita non è che abbia avuto chissà quanti guadagni. Nonostante la grande crescita degli abbonati, la società registra continuamente delle perdite, e il motivo è legato soprattutto al suo modello di business. A differenza di Netflix, che paga un forfait iniziale per acquistare i diritti su un film o una serie, Spotify paga gli artisti e tutte le altre parti che fanno parte della gestione dei diritti musicali ogni volta che una canzone viene ascoltata, in una proporzione di circa 75 centesimi per ogni dollaro incassato. Quello dei servizi di streaming musicali è un business che, non solo a coinvolto l’intera industria musicale, ma deve ancora trovare un modo di essere sostenibile: Spotify auspica di arrivare a quel momento come la società che offre il più grande servizio sul mercato musicale.

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