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Registri INES, E-PRTR e diossine: una storia italiana

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Registri INES, E-PRTR e diossine una storia italiana
Registri INES, E-PRTR e diossine una storia italiana

In realtà si dovrebbe scrivere “una storia europea” perché è dalla UE che arrivano le norme istitutrici delle registrazioni degli agenti inquinanti emessi dalle attività produttive nazionali, ma ciò che la rende tipicamente italiana, nel senso più deteriore del termine, alla Alberto Sordi per intenderci, sono le modalità con cui tale registrazione è stata effettuata.

Il Registro INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) nasce dal recepimento della direttiva europea 96/61/CE, meglio nota come direttiva IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control) e trova la sua base normativa in una serie di Decreti tra i quali il maggior rilievo va al D.M. 23.11.2001, che stabilisce le modalità della trasmissione dati e identifica le aziende tenute a farlo:

“Entro il 30 aprile di ogni anno, a partire dall’anno 2003,tutti i gestori di complessi IPPC le cui emissioni superano i valori soglia […], comunicano all’autorità competente […] e all’ANPA […] i dati relativi all’anno precedente”.

Tutto chiaro, quindi? Solo in apparenza, perché il legislatore si è inizialmente scordato di comminare sanzioni agli inadempienti, per cui l’invio dei dati al Registro INES, più che un obbligo, pare un benevolo consiglio. Risultato, attendendo più cogenti indicazioni, nel Registro relativo all’anno 2006 (ultimo anno rilevato con la normativa indicata) sulle circa 7.000 aziende italiane che – si stima – superano i limiti IPPC, ne sono presenti meno di 700. E di queste, solo 5 dichiarano di emettere diossina: la Centrale termoelettrica di Monfalcone di Endesa Spa, lo stabilimento siderurgico di Dalmine (Dalmine Spa), Profilatinave Spa di Brescia, ILVA Taranto e Silea (Lecco).

I dati sono ufficiali, fonte APAT, l’Azienda per la protezione dell’ambiente cui è demandata la tenuta del Registro, ma cosi, spannometricamente (© Giovanni Goria, ex-Ministro del Tesoro) c’è qualche cosa, anzi forse molto, che non torna. Possibile, per esempio, che fra tutte le numerose centrali termoelettriche italiane, solo a Monfalcone siano così incapaci da emettere diossina dai camini? Chiamatemi San Tommaso, ma mi sembra davvero poco credibile. Che i dati ufficiali siano invece poco rappresentativi della situazione reale? La seconda che hai detto, sono certo avrebbe risposto il celebre Quelo di Corrado Guzzanti.

Attenzione però, perché dopo il 2006 si volta pagina: il Registro INES viene sostituito da quello E-PRTR(European Pollutant Release and Transfer Register), in base al Regolamento (CE) 166/2006.

La normativa allarga il suo ambito di applicazione: prevede infatti obblighi di comunicazione dei dati per un numero maggiore di sostanze inquinanti, per un numero maggiore di attività, per le emissioni al suolo, per le emissioni da fonti diffuse e per i trasferimenti fuori sito. Il Registro E-PRTR prende il via con i dati del 2007. Tutto a posto, allora? Forse non del tutto. A oggi, infatti, campeggia sul sito dell’APAT l’avvertenza:

“Si precisa che i dati italiani, relativi all’anno 2007 e 2008 (gli anni di cui si è completato il processo di raccolta, ndr), comunicati alla Commissione Europea sono parziali e ancora soggetti al processo di validazione da parte delle autorità competenti, per questo motivo la banca dati del sito del registro nazionale non è ancora stata aggiornata con i nuovi dati disponibili”.

E la storia (italiana) continua.

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